Nella notte tra 28 e 29 ottobre il senato approva il Decreto Legge 137/08 (riguardante in mondo della scuola) che si aggiunge a quella che è ormai la legge 133/08 che riguarda le nostre università. Un iter rapidissimo da parte del governo, la cui illusione era di aggirare e indebolire le contestazioni, presentando queste misure come dati di fatto.
La realtà è ben diversa: siamo di fronte a un movimento studentesco di massa che non ha eguali negli ultimi 20 anni.
Ogni parte del mondo della scuola è mobilitato con le iniziative più diverse per opporsi all'applicazione del decreto Gelmini. Genitori, insegnanti, studenti medi e universitari, lavoratori dell'amministrazione scolastica: non c'è settore che non sia in agitazione e che non discuta come portare fino in fondo la lotta per la cancellazione di questo decreto.
Dopo le affermazioni del presidente del Consiglio Berlusconi sull'utilizzo della polizia per fermare le proteste, un incontro tra il ministro degli Interni e il capo della polizia sottolineava un dato che è stato riportato anche dai giornali: negli ultimi 23 giorni si sono sviluppate più di 300 iniziative a livello nazionale contro la legge, tra cortei, presidi, lezioni in piazza e altro.
E' l'istruzione pubblica che ruggisce dopo anni di attacchi pesantissimi al diritto allo studio.
Lo sviluppo delle mobilitazioni
Dalla manifestazione studentesca del 10 ottobre abbiamo assistito a una spirale positiva di allargamento della lotta che ha posto in primo piano un nuovo protagonismo studentesco: gli studenti delle scuole e delle università sono scesi in campo con tutto il loro peso sentendo la necessità di dover lottare per cambiare la situazione. Anche nelle le manifestazioni per lo sciopero del 17 ottobre abbiamo visto cortei di massa a Milano, Bologna, Firenze, Roma, Napoli e Palermo, oltre a una miriade di iniziative locali.
A Roma, lo spezzone degli studenti medi allo sciopero del 17 ottobre ha visto la partecipazione combattiva di decine di migliaia di studenti.
Allo sciopero regionale della Cgil scuola di Firenze del 21 ottobre sono scesi in piazza oltre 40mila in un'unica lotta di lavoratori, studenti medi e universitari.
A Milano l'assemblea generale d'ateneo ha visto la partecipazione di più di 2mila studenti che hanno dato vita a un corteo cittadino spontaneo contro i tagli alla ricerca e all'università.
Napoli è attraversata da cortei spontanei di studenti medi che confluiscono nelle assemblee permanenti delle università Federico II e Orientale.
A Palermo un corteo di 20mila universitari ha attraversato la città: una manifestazione che non aveva precedenti dal movimento della Pantera del 1991.
La partecipazione media a queste assemblee, che spesso hanno una cadenza quasi quotidiana, è dell'ordine delle centinaia di studenti.
Oltre a questo sta montando l'onda delle autogestioni e occupazioni delle scuole superiori, che coinvolgono fin da subito le scuole con le maggiori tradizioni di lotta per allargare alle altre la spinta all'agitazione: dal il liceo classico Tasso a Roma al liceo Genovesi di Napoli, passando per l'Itis Belluzzi a Bologna e gli istituti tecnici della periferia industriale di Milano.
Tutte queste mobilitazioni sono accomunate da un filo conduttore che collega la lotta del mondo della scuola alla situazione economica e politica della società: parole d'ordine come “Noi non pagheremo la vostra crisi” e “Tagliamo le spese militari” stanno attraversando la lotta in tutto il paese. Gli studenti vedono la distruzione dell'istruzione pubblica sotto i loro occhi e contemporaneamente vedono fiumi di soldi regalati agli imprenditori per salvare le proprie aziende e banche colpevoli essi stessi di aver provocato questa crisi. Così le lotte fin da subito si sono poste il problema di non rimanere confinate nelle scuole e nelle università, ma di uscire e confrontarsi con la società: da qui la partecipazione agli scioperi dei lavoratori, le assemblee unitarie di studenti e lavoratori che tanto spaventano il governo perchè possono porre la lotta su un livello più avanzato. Si concretizza un'unità tra studenti e lavoratori che seppellisce una volta per tutte le teorie secondo cui gli studenti, plasmati da questa società e da questa scuola, non sarebbero più in grado di dare vita a una lotta all'altezza dello scontro in atto.
La portata dell’attacco all’istruzione pubblica
E’ necessario fare un po’ di chiarezza su quelle che sono le reali basi di questa mobilitazione, la quale non cade di certo dal nulla. Sono decine d’anni ormai che ad ogni finanziaria vediamo ridursi il finanziamento alla scuola e all’università pubblica, senza distinzioni fondamentali fra governi di centrodestra e centrosinistra. Sono decine d’anni che ogni volta che si parla di riformare l’istruzione ci troviamo in realtà davanti a controriforme i cui effetti sono regolarmente un peggioramento del sistema scolastico e universitario, la sua progressiva privatizzazione e una maggiore selezione degli studenti su base economica. La cosiddetta “Riforma Gelmini” non è quindi speciale per la direzione in cui si muove, ma rappresenta sicuramente un salto di qualità per la veemenza con cui questi attacchi vengono portati avanti: se non riusciamo a fermare la Gelmini presto il problema non sarà più la maggiore o minore qualità dell’istruzione pubblica, ma la sua stessa esistenza.
Ricordiamo le principali misure prese dal governo: taglio di 7.832 milioni di euro in 4 anni alla scuola pubblica, con 87.000 posti in meno per i docenti e 44.500 per il personale ATA; maestro unico e 24 ore settimanali per le elementari; abolizione nei fatti dell’obbligo di studio a 16 anni, con ritorno ai 14 anni; taglio di quasi 2 miliardi di euro all’università in 5 anni, con blocco delle assunzioni al 20% (un nuovo posto di lavoro ogni 5 persone che smettono di lavorare); possibilità per le università di trasformarsi in fondazioni private. Se volessimo andare avanti, l’elenco sarebbe ancora lungo, ma anche solo con questi elementi appare chiaro come dalle scuole elementari all’università, un unico disegno lega tutti i provvedimenti: si attaccano le fasce più deboli, si aumentano i costi per gli studenti, si tolgono posti di lavoro a docenti e personale tecnico-amministrativo, si regalano soldi o intere scuole e università ai privati.
Qualunque studente sa bene in quale stato si trovino già oggi le scuole pubbliche, con strutture fatiscenti, laboratori inesistenti, pezzi di amianto che spuntano dalle pareti, soffitti che cadono letteralmente a pezzi e riscaldamenti che funzionano solo quando vogliono loro e con una carenza strutturale di organico. Partendo da una simile situazione è sconcertante pensare a cosa potranno portare i tagli previsti, tanto più che le scuole per avere i soldi che lo Stato non darà più, dovranno chiederli direttamente alle famiglie degli studenti, aumentando vertiginosamente le già alte tasse d’iscrizione. Certo, continueranno ad esistere scuole con abbondante personale qualificato, con laboratori all’avanguardia, con classi non sovraffollate, con palestre immense e piscine riscaldate: saranno le scuole private (peraltro finanziate anche dallo Stato), dove potranno iscriversi solo coloro che avranno a disposizione le migliaia di euro richieste ogni anno. E chi questi soldi non li ha? Semplice: dovrà studiare in scuole che non gli daranno alcuna prospettiva, dal momento che con l’abolizione del valore legale del titolo di studio (non ancora approvata ma fra le idee del ministro) gli studenti non saranno più valutati a seconda di cosa hanno studiato, ma in base a dove hanno studiato. Rimane un’altra possibilità: andare direttamente a lavorare, visto che il governo ha di fatto abolito l’obbligo scolastico a 16 anni, facendolo tornare a 14: all’uscita dalle medie chi non potrà pagarsi gli studi sarà costretto a cominciare a lavorare.
Lo stesso discorso vale per le università, che saranno costrette a diventare fondazioni private, perché se lo Stato nega i finanziamenti non ci sarà altra soluzione per sopravvivere. Questo vuol dire una cosa molto semplice: l’intera attività degli atenei sarà controllata dalle aziende che li finanziano, a detrimento di qualsiasi formazione culturale. La situazione sarà drammatica anche per la ricerca: per fare un esempio, quale libertà potrà rimanere alla ricerca medica se i laboratori saranno finanziati, e quindi controllati, da un’azienda farmaceutica? Siamo sicuri che quest’azienda permetterebbe la diffusione di una cura definitiva per eliminare una determinata malattia grazie alla quale fa lauti profitti con la vendita di medicine varie? Ecco gli interessi che guideranno l’ex università pubblica: i profitti delle aziende private. Certo, ci saranno sempre dei corsi di eccellenza che sapranno dare a chi li frequenta una formazione di qualità, solo che li potrà seguire (ancor più di quanto già avvenga oggi) solo chi potrà permettersi di pagare le già alte rette, che, una volta completata la privatizzazione dell’università, schizzeranno alle stelle.
Una risposta di classe a un’offensiva di classe
Gli studenti non sono i soli ad essere attaccati dalle misure del governo: come detto sopra saranno tagliati centinaia di migliaia di posti di lavoro in scuola e università. Chi resta sarà vittima degli attacchi che si stanno muovendo contro i lavoratori del pubblico impiego: tanto per fare un esempio, i lavoratori in malattia saranno costretti a restare a casa per quasi tutta la giornata (e quando potranno andare a prendere le medicine?) e per i primi 10 giorni avranno una riduzione dello stipendio del 20-30%. C’è poi chi, pur lavorando all’interno di scuole o università, ha un contratto privato: infatti lo Stato per scrollarsi di dosso il peso dei finanziamenti continua a esternalizzare servizi (pulizie, mensa, ecc). Questi lavoratori sono già oggi i più sfruttati, con bassi salari e condizioni di lavoro proibitive, perché il fine ultimo di chi li paga è ancora una volta fare profitto sulla pelle di chi lavora: con la privatizzazione di scuole e università questa situazione assumerà proporzioni immense, perché in pratica tutti i lavoratori passeranno sotto il controllo delle aziende private. Sono attaccati da questa riforma anche quei lavoratori che non possono tenere con sé i propri figli e quindi li lasciano a scuola di pomeriggio: con l’abolizione del tempo pieno saranno costretti o a rinunciare al lavoro o a pagare un servizio di assistenza privata.
Qual è dunque la linea che separa chi da questi provvedimenti trarrà dei benefici da chi potrà aspettarsi solo un peggioramento delle proprie condizioni di vita? E’ molto semplice: una linea di classe. Chi ha i soldi, potrà studiare nelle scuole migliori, nelle università migliori e quindi avere i lavori migliori. Chi non li ha, dovrà studiare in scuole senza risorse, dovrà lavorare per provare a pagare le tasse d’iscrizione, e alla fine sarà costretto ad abbandonare gli studi. Tutto questo non è figlio del caso: chi dirige questa società e ha determinato le scelte di tutti i governi che si sono succeduti in questi anni non ha nessun interesse a garantire che chiunque possa avere un’istruzione pubblica, gratuita e di qualità. Per loro è molto più comodo far sì che solo i propri figli abbiano il privilegio di accedere, dietro lauto pagamento, a qualunque livello di istruzione, relegando il resto dei giovani al ruolo di bassa manovalanza della società. Altro che presunto apoliticismo delle mobilitazioni: siamo di fronte a una lotta di classe contro le politiche di un governo che sono l’espressione diretta degli interessi della borghesia del nostro paese. La battaglia di tutti gli studenti e i lavoratori che si mobilitano contro quest’attacco è già una battaglia politica.
Da questo punto di vista va denunciato il ruolo che le forze organizzate della destra e neofasciste stanno provando a giocare in scuole e università, sia con aperte provocazioni (come nel caso di Roma dove il 29 ottobre a piazza Navona c’è stato un vero e proprio assalto con tanto di mazze e caschi da parte dei neofascisti, con studenti feriti) che provando a inserirsi nelle assemblee di lotta: questa gente sta dall’altra parte della barricata non deve avere diritto di cittadinanza nelle mobilitazioni in corso.
Tra le fila di chi vuole confinare queste mobilitazioni nell’apoliticismo, c’è anche il Partito Democratico, chissà, forse terrorizzato dalla possibilità che gli studenti si rendano conto che tra le proposte del governo e i loro progetti, nei fatti, non ci sia nessuna differenza strategica. Sono proprio loro che in passato hanno aperto l’istruzione ai privati (l’introduzione dell’autonomia, il contributo nei tagli dei finanziamenti, la proposta delle fondazioni di Fioroni,…) e che oggi in realtà spiegano semplicemente che invece di tagliare “indiscriminatamente” i tagli vanno fatti attraverso la logica del “merito”, proposta che, per assurdo, polarizzerebbe ancor più il sistema formativo.
Sconfiggere il governo, bloccare il paese
Lo sviluppo delle mobilitazioni in queste settimane convince anche i più scettici delle possibilità di vittoria per il movimento studentesco, e più in generale di tutti coloro che vogliono difendere l’istruzione pubblica. La stesse mobilitazioni degli studenti francesi contro il Cpe di qualche anno fa dimostra come sia assolutamente possibile sconfiggere un progetto contro riformatore anche dopo la sua approvazione.
Dal canto suo, il governo, dopo essersi reso conto che il decisionismo non era sufficiente per fiaccare le proteste, anzi, ha avuto l’effetto inverso, le sta provando tutte: dal bastone (le dichiarazioni bellicose sull’uso della forza di Berlusconi) alla carota (al finta apertura al dialogo della ministra Gelmini).
E’ necessario essere chiari: ogni forma repressiva porterà all’allargamento della mobilitazione. Con questo governo non c’è proprio niente da discutere. Ma non basterà qualche prova di forza, solo con lo sviluppo e l’estensione di una lotta unitaria e di massa, di studenti e lavoratori, è possibile costringere Berlusconi e la Gelmini ad abrogare i loro provvedimenti. Dopo l’escalation delle ultime settimane diventa sempre più improrogabile la convocazione di uno sciopero generale di tutte le categorie. Come precedentemente spiegato, questa mobilitazione non riguarda solo noi; dopo lo sciopero della scuola è necessario far si che tutti i lavoratori del nostro paese non solo testimonino solidarietà ma scendano in campo incrociando le braccia, bloccando il paese. Il movimento studentesco deve fare un chiaro appello in questa direzione.
Nel frattempo è necessario innanzitutto iniziare coordinare le mobilitazioni, sia a livello locale che nazionale. Che si inizi a ragionare sulle possibilità di costruire coordinamenti democratici di lotta, sia a livello cittadino che nazionale, all’interno dei quale ci siano delegati eletti dalle varie assemblee degli istituti, delle facoltà e di ateneo. Questo permetterebbe di fare quel salto di qualità necessario alle mobilitazioni tale da renderle veramente incisive.
Quello che proponiamo non è l’arretramento verso forme burocratizzate di rappresentanza istituzionale, bensì una reale democrazia di lotta provando finalmente non solo a complimentarci per i successi delle lotte dei nostri cugini d’oltralpe ma imparando veramente dalla loro esperienza.
E’ prioritario iniziare a lavorare nel tempo più breve possibile per costruire una prima assemblea nazionale, rappresentativa della mobilitazione, per dare gambe a questa vitale necessità. Rivolgiamo quindi un vero e proprio appello alle altre forze del movimento studentesco per costruire un’iniziativa del genere.
Questa è la base per riaprire un dibattito di massa su quali devono essere i punti programmatici centrali della mobilitazione. Un movimento può essere efficace solo nella misura in cui si dota di alcune parole d’ordine chiare che, partendo dalla richiesta di abrogazione dei provvedimenti Gelmini-Tremonti si allarghi, riaprendo nei fatti la battaglia per conquistare un reale diritto allo studio. Da questo punto di vista come Comitato in difesa della Scuola Pubblica e Coordinamento Studentesco Universitario, proviamo a dare un contributo attraverso alcuni punti che ci paiono decisivi, che presentiamo di seguito.
Le basi per sconfiggere il governo ci sono tutte. Questo è il momento decisivo.
- Ritiro dei provvedimenti Gelmini-Tremonti, contro i tagli indiscriminati all’istruzione pubblica, contro la logica delle fondazioni e la dequalificazione della didattica dalle elementari all’università (Legge 133/08 e DL 137/08).
- No all’autonomia finanziaria e didattica sia nelle università che nelle scuole. Gran parte dell’aumento delle tasse e dei costi di studio dipendono da questa legge. Che lo Stato si faccia carico dell’istruzione pubblica.
- Abolizione della legge di parità scolastica e di ogni forma di finanziamento alle scuole private.
- No all’abolizione del valore legale del titolo di studio: una laurea o un diploma nelle grandi città deve valere come nelle periferie. Ogni luogo di studio deve essere un’ “eccellenza”.
- Accesso gratuito ad ogni livello di istruzione, unica forma per garantire a tutti l’accesso alla cultura, anche ai figli dei lavoratori dipendenti. No al numero chiuso e a ogni forma di sbarramento didattico.
- Rimozione del lavoro precario nelle scuole e nelle università. Tutti i contratti precari devono essere convertiti a tempo indeterminato.
- I soldi per finanziare l’istruzione si prendano dalle spese militari, dai fondi perduti ai banchieri e alle aziende e dalle laute tasche dei baroni. Basta con la demagogia sulla meritocrazia!
- Dimissioni dei ministri Gelmini e Tremonti
Unità studenti e lavoratori
Fermiamo il paese: sciopero generale!