mercoledì 29 ottobre 2008

La vostra crisi non la paghiamo!

Il movimento studentesco scende in campo: lottiamo per vincere

Nella notte tra 28 e 29 ottobre il senato approva il Decreto Legge 137/08 (riguardante in mondo della scuola) che si aggiunge a quella che è ormai la legge 133/08 che riguarda le nostre università. Un iter rapidissimo da parte del governo, la cui illusione era di aggirare e indebolire le contestazioni, presentando queste misure come dati di fatto.

La realtà è ben diversa: siamo di fronte a un movimento studentesco di massa che non ha eguali negli ultimi 20 anni.
Ogni parte del mondo della scuola è mobilitato con le iniziative più diverse per opporsi all'applicazione del decreto Gelmini. Genitori, insegnanti, studenti medi e universitari, lavoratori dell'amministrazione scolastica: non c'è settore che non sia in agitazione e che non discuta come portare fino in fondo la lotta per la cancellazione di questo decreto.
Dopo le affermazioni del presidente del Consiglio Berlusconi sull'utilizzo della polizia per fermare le proteste, un incontro tra il ministro degli Interni e il capo della polizia sottolineava un dato che è stato riportato anche dai giornali: negli ultimi 23 giorni si sono sviluppate più di 300 iniziative a livello nazionale contro la legge, tra cortei, presidi, lezioni in piazza e altro.
E' l'istruzione pubblica che ruggisce dopo anni di attacchi pesantissimi al diritto allo studio.

Lo sviluppo delle mobilitazioni

Dalla manifestazione studentesca del 10 ottobre abbiamo assistito a una spirale positiva di allargamento della lotta che ha posto in primo piano un nuovo protagonismo studentesco: gli studenti delle scuole e delle università sono scesi in campo con tutto il loro peso sentendo la necessità di dover lottare per cambiare la situazione. Anche nelle le manifestazioni per lo sciopero del 17 ottobre abbiamo visto cortei di massa a Milano, Bologna, Firenze, Roma, Napoli e Palermo, oltre a una miriade di iniziative locali.
A Roma, lo spezzone degli studenti medi allo sciopero del 17 ottobre ha visto la partecipazione combattiva di decine di migliaia di studenti.
Allo sciopero regionale della Cgil scuola di Firenze del 21 ottobre sono scesi in piazza oltre 40mila in un'unica lotta di lavoratori, studenti medi e universitari.
A Milano l'assemblea generale d'ateneo ha visto la partecipazione di più di 2mila studenti che hanno dato vita a un corteo cittadino spontaneo contro i tagli alla ricerca e all'università.
Napoli è attraversata da cortei spontanei di studenti medi che confluiscono nelle assemblee permanenti delle università Federico II e Orientale.
A Palermo un corteo di 20mila universitari ha attraversato la città: una manifestazione che non aveva precedenti dal movimento della Pantera del 1991.
La partecipazione media a queste assemblee, che spesso hanno una cadenza quasi quotidiana, è dell'ordine delle centinaia di studenti.
Oltre a questo sta montando l'onda delle autogestioni e occupazioni delle scuole superiori, che coinvolgono fin da subito le scuole con le maggiori tradizioni di lotta per allargare alle altre la spinta all'agitazione: dal il liceo classico Tasso a Roma al liceo Genovesi di Napoli, passando per l'Itis Belluzzi a Bologna e gli istituti tecnici della periferia industriale di Milano.
Tutte queste mobilitazioni sono accomunate da un filo conduttore che collega la lotta del mondo della scuola alla situazione economica e politica della società: parole d'ordine come “Noi non pagheremo la vostra crisi” e “Tagliamo le spese militari” stanno attraversando la lotta in tutto il paese. Gli studenti vedono la distruzione dell'istruzione pubblica sotto i loro occhi e contemporaneamente vedono fiumi di soldi regalati agli imprenditori per salvare le proprie aziende e banche colpevoli essi stessi di aver provocato questa crisi. Così le lotte fin da subito si sono poste il problema di non rimanere confinate nelle scuole e nelle università, ma di uscire e confrontarsi con la società: da qui la partecipazione agli scioperi dei lavoratori, le assemblee unitarie di studenti e lavoratori che tanto spaventano il governo perchè possono porre la lotta su un livello più avanzato. Si concretizza un'unità tra studenti e lavoratori che seppellisce una volta per tutte le teorie secondo cui gli studenti, plasmati da questa società e da questa scuola, non sarebbero più in grado di dare vita a una lotta all'altezza dello scontro in atto.

La portata dell’attacco all’istruzione pubblica

E’ necessario fare un po’ di chiarezza su quelle che sono le reali basi di questa mobilitazione, la quale non cade di certo dal nulla. Sono decine d’anni ormai che ad ogni finanziaria vediamo ridursi il finanziamento alla scuola e all’università pubblica, senza distinzioni fondamentali fra governi di centrodestra e centrosinistra. Sono decine d’anni che ogni volta che si parla di riformare l’istruzione ci troviamo in realtà davanti a controriforme i cui effetti sono regolarmente un peggioramento del sistema scolastico e universitario, la sua progressiva privatizzazione e una maggiore selezione degli studenti su base economica. La cosiddetta “Riforma Gelmini” non è quindi speciale per la direzione in cui si muove, ma rappresenta sicuramente un salto di qualità per la veemenza con cui questi attacchi vengono portati avanti: se non riusciamo a fermare la Gelmini presto il problema non sarà più la maggiore o minore qualità dell’istruzione pubblica, ma la sua stessa esistenza.

Ricordiamo le principali misure prese dal governo: taglio di 7.832 milioni di euro in 4 anni alla scuola pubblica, con 87.000 posti in meno per i docenti e 44.500 per il personale ATA; maestro unico e 24 ore settimanali per le elementari; abolizione nei fatti dell’obbligo di studio a 16 anni, con ritorno ai 14 anni; taglio di quasi 2 miliardi di euro all’università in 5 anni, con blocco delle assunzioni al 20% (un nuovo posto di lavoro ogni 5 persone che smettono di lavorare); possibilità per le università di trasformarsi in fondazioni private. Se volessimo andare avanti, l’elenco sarebbe ancora lungo, ma anche solo con questi elementi appare chiaro come dalle scuole elementari all’università, un unico disegno lega tutti i provvedimenti: si attaccano le fasce più deboli, si aumentano i costi per gli studenti, si tolgono posti di lavoro a docenti e personale tecnico-amministrativo, si regalano soldi o intere scuole e università ai privati.
Qualunque studente sa bene in quale stato si trovino già oggi le scuole pubbliche, con strutture fatiscenti, laboratori inesistenti, pezzi di amianto che spuntano dalle pareti, soffitti che cadono letteralmente a pezzi e riscaldamenti che funzionano solo quando vogliono loro e con una carenza strutturale di organico. Partendo da una simile situazione è sconcertante pensare a cosa potranno portare i tagli previsti, tanto più che le scuole per avere i soldi che lo Stato non darà più, dovranno chiederli direttamente alle famiglie degli studenti, aumentando vertiginosamente le già alte tasse d’iscrizione. Certo, continueranno ad esistere scuole con abbondante personale qualificato, con laboratori all’avanguardia, con classi non sovraffollate, con palestre immense e piscine riscaldate: saranno le scuole private (peraltro finanziate anche dallo Stato), dove potranno iscriversi solo coloro che avranno a disposizione le migliaia di euro richieste ogni anno. E chi questi soldi non li ha? Semplice: dovrà studiare in scuole che non gli daranno alcuna prospettiva, dal momento che con l’abolizione del valore legale del titolo di studio (non ancora approvata ma fra le idee del ministro) gli studenti non saranno più valutati a seconda di cosa hanno studiato, ma in base a dove hanno studiato. Rimane un’altra possibilità: andare direttamente a lavorare, visto che il governo ha di fatto abolito l’obbligo scolastico a 16 anni, facendolo tornare a 14: all’uscita dalle medie chi non potrà pagarsi gli studi sarà costretto a cominciare a lavorare.
Lo stesso discorso vale per le università, che saranno costrette a diventare fondazioni private, perché se lo Stato nega i finanziamenti non ci sarà altra soluzione per sopravvivere. Questo vuol dire una cosa molto semplice: l’intera attività degli atenei sarà controllata dalle aziende che li finanziano, a detrimento di qualsiasi formazione culturale. La situazione sarà drammatica anche per la ricerca: per fare un esempio, quale libertà potrà rimanere alla ricerca medica se i laboratori saranno finanziati, e quindi controllati, da un’azienda farmaceutica? Siamo sicuri che quest’azienda permetterebbe la diffusione di una cura definitiva per eliminare una determinata malattia grazie alla quale fa lauti profitti con la vendita di medicine varie? Ecco gli interessi che guideranno l’ex università pubblica: i profitti delle aziende private. Certo, ci saranno sempre dei corsi di eccellenza che sapranno dare a chi li frequenta una formazione di qualità, solo che li potrà seguire (ancor più di quanto già avvenga oggi) solo chi potrà permettersi di pagare le già alte rette, che, una volta completata la privatizzazione dell’università, schizzeranno alle stelle.

Una risposta di classe a un’offensiva di classe

Gli studenti non sono i soli ad essere attaccati dalle misure del governo: come detto sopra saranno tagliati centinaia di migliaia di posti di lavoro in scuola e università. Chi resta sarà vittima degli attacchi che si stanno muovendo contro i lavoratori del pubblico impiego: tanto per fare un esempio, i lavoratori in malattia saranno costretti a restare a casa per quasi tutta la giornata (e quando potranno andare a prendere le medicine?) e per i primi 10 giorni avranno una riduzione dello stipendio del 20-30%. C’è poi chi, pur lavorando all’interno di scuole o università, ha un contratto privato: infatti lo Stato per scrollarsi di dosso il peso dei finanziamenti continua a esternalizzare servizi (pulizie, mensa, ecc). Questi lavoratori sono già oggi i più sfruttati, con bassi salari e condizioni di lavoro proibitive, perché il fine ultimo di chi li paga è ancora una volta fare profitto sulla pelle di chi lavora: con la privatizzazione di scuole e università questa situazione assumerà proporzioni immense, perché in pratica tutti i lavoratori passeranno sotto il controllo delle aziende private. Sono attaccati da questa riforma anche quei lavoratori che non possono tenere con sé i propri figli e quindi li lasciano a scuola di pomeriggio: con l’abolizione del tempo pieno saranno costretti o a rinunciare al lavoro o a pagare un servizio di assistenza privata.
Qual è dunque la linea che separa chi da questi provvedimenti trarrà dei benefici da chi potrà aspettarsi solo un peggioramento delle proprie condizioni di vita? E’ molto semplice: una linea di classe. Chi ha i soldi, potrà studiare nelle scuole migliori, nelle università migliori e quindi avere i lavori migliori. Chi non li ha, dovrà studiare in scuole senza risorse, dovrà lavorare per provare a pagare le tasse d’iscrizione, e alla fine sarà costretto ad abbandonare gli studi. Tutto questo non è figlio del caso: chi dirige questa società e ha determinato le scelte di tutti i governi che si sono succeduti in questi anni non ha nessun interesse a garantire che chiunque possa avere un’istruzione pubblica, gratuita e di qualità. Per loro è molto più comodo far sì che solo i propri figli abbiano il privilegio di accedere, dietro lauto pagamento, a qualunque livello di istruzione, relegando il resto dei giovani al ruolo di bassa manovalanza della società. Altro che presunto apoliticismo delle mobilitazioni: siamo di fronte a una lotta di classe contro le politiche di un governo che sono l’espressione diretta degli interessi della borghesia del nostro paese. La battaglia di tutti gli studenti e i lavoratori che si mobilitano contro quest’attacco è già una battaglia politica.
Da questo punto di vista va denunciato il ruolo che le forze organizzate della destra e neofasciste stanno provando a giocare in scuole e università, sia con aperte provocazioni (come nel caso di Roma dove il 29 ottobre a piazza Navona c’è stato un vero e proprio assalto con tanto di mazze e caschi da parte dei neofascisti, con studenti feriti) che provando a inserirsi nelle assemblee di lotta: questa gente sta dall’altra parte della barricata non deve avere diritto di cittadinanza nelle mobilitazioni in corso.
Tra le fila di chi vuole confinare queste mobilitazioni nell’apoliticismo, c’è anche il Partito Democratico, chissà, forse terrorizzato dalla possibilità che gli studenti si rendano conto che tra le proposte del governo e i loro progetti, nei fatti, non ci sia nessuna differenza strategica. Sono proprio loro che in passato hanno aperto l’istruzione ai privati (l’introduzione dell’autonomia, il contributo nei tagli dei finanziamenti, la proposta delle fondazioni di Fioroni,…) e che oggi in realtà spiegano semplicemente che invece di tagliare “indiscriminatamente” i tagli vanno fatti attraverso la logica del “merito”, proposta che, per assurdo, polarizzerebbe ancor più il sistema formativo.

Sconfiggere il governo, bloccare il paese

Lo sviluppo delle mobilitazioni in queste settimane convince anche i più scettici delle possibilità di vittoria per il movimento studentesco, e più in generale di tutti coloro che vogliono difendere l’istruzione pubblica. La stesse mobilitazioni degli studenti francesi contro il Cpe di qualche anno fa dimostra come sia assolutamente possibile sconfiggere un progetto contro riformatore anche dopo la sua approvazione.
Dal canto suo, il governo, dopo essersi reso conto che il decisionismo non era sufficiente per fiaccare le proteste, anzi, ha avuto l’effetto inverso, le sta provando tutte: dal bastone (le dichiarazioni bellicose sull’uso della forza di Berlusconi) alla carota (al finta apertura al dialogo della ministra Gelmini).
E’ necessario essere chiari: ogni forma repressiva porterà all’allargamento della mobilitazione. Con questo governo non c’è proprio niente da discutere. Ma non basterà qualche prova di forza, solo con lo sviluppo e l’estensione di una lotta unitaria e di massa, di studenti e lavoratori, è possibile costringere Berlusconi e la Gelmini ad abrogare i loro provvedimenti. Dopo l’escalation delle ultime settimane diventa sempre più improrogabile la convocazione di uno sciopero generale di tutte le categorie. Come precedentemente spiegato, questa mobilitazione non riguarda solo noi; dopo lo sciopero della scuola è necessario far si che tutti i lavoratori del nostro paese non solo testimonino solidarietà ma scendano in campo incrociando le braccia, bloccando il paese. Il movimento studentesco deve fare un chiaro appello in questa direzione.
Nel frattempo è necessario innanzitutto iniziare coordinare le mobilitazioni, sia a livello locale che nazionale. Che si inizi a ragionare sulle possibilità di costruire coordinamenti democratici di lotta, sia a livello cittadino che nazionale, all’interno dei quale ci siano delegati eletti dalle varie assemblee degli istituti, delle facoltà e di ateneo. Questo permetterebbe di fare quel salto di qualità necessario alle mobilitazioni tale da renderle veramente incisive.
Quello che proponiamo non è l’arretramento verso forme burocratizzate di rappresentanza istituzionale, bensì una reale democrazia di lotta provando finalmente non solo a complimentarci per i successi delle lotte dei nostri cugini d’oltralpe ma imparando veramente dalla loro esperienza.
E’ prioritario iniziare a lavorare nel tempo più breve possibile per costruire una prima assemblea nazionale, rappresentativa della mobilitazione, per dare gambe a questa vitale necessità. Rivolgiamo quindi un vero e proprio appello alle altre forze del movimento studentesco per costruire un’iniziativa del genere.
Questa è la base per riaprire un dibattito di massa su quali devono essere i punti programmatici centrali della mobilitazione. Un movimento può essere efficace solo nella misura in cui si dota di alcune parole d’ordine chiare che, partendo dalla richiesta di abrogazione dei provvedimenti Gelmini-Tremonti si allarghi, riaprendo nei fatti la battaglia per conquistare un reale diritto allo studio. Da questo punto di vista come Comitato in difesa della Scuola Pubblica e Coordinamento Studentesco Universitario, proviamo a dare un contributo attraverso alcuni punti che ci paiono decisivi, che presentiamo di seguito.
Le basi per sconfiggere il governo ci sono tutte. Questo è il momento decisivo.
  1. Ritiro dei provvedimenti Gelmini-Tremonti, contro i tagli indiscriminati all’istruzione pubblica, contro la logica delle fondazioni e la dequalificazione della didattica dalle elementari all’università (Legge 133/08 e DL 137/08).
  2. No all’autonomia finanziaria e didattica sia nelle università che nelle scuole. Gran parte dell’aumento delle tasse e dei costi di studio dipendono da questa legge. Che lo Stato si faccia carico dell’istruzione pubblica.
  3. Abolizione della legge di parità scolastica e di ogni forma di finanziamento alle scuole private.
  4. No all’abolizione del valore legale del titolo di studio: una laurea o un diploma nelle grandi città deve valere come nelle periferie. Ogni luogo di studio deve essere un’ “eccellenza”.
  5. Accesso gratuito ad ogni livello di istruzione, unica forma per garantire a tutti l’accesso alla cultura, anche ai figli dei lavoratori dipendenti. No al numero chiuso e a ogni forma di sbarramento didattico.
  6. Rimozione del lavoro precario nelle scuole e nelle università. Tutti i contratti precari devono essere convertiti a tempo indeterminato.
  7. I soldi per finanziare l’istruzione si prendano dalle spese militari, dai fondi perduti ai banchieri e alle aziende e dalle laute tasche dei baroni. Basta con la demagogia sulla meritocrazia!
  8. Dimissioni dei ministri Gelmini e Tremonti
Per una istruzione pubblica, laica, gratuita, di massa e di qualità!
Unità studenti e lavoratori
Fermiamo il paese: sciopero generale!

giovedì 23 ottobre 2008

Giovedì 30 ottobre: sciopero studentesco!

L’obiettivo del ministro Maria Stella Gelmini e del governo Berlusconi è chiaro a tutti: smantellare quello che rimane della scuola pubblica e procedere in una marcia a tappe forzate verso la privatizzazione di quest’ultima. La riforma Tremonti-Gelmini minaccia tutto ciò per cui noi studenti lottiamo, ovvero il diritto allo studio di tutti e per tutti. Se non ci mobilitiamo immediatamente, la scuola pubblica avrà un carattere rigidamente classista, con percorsi d’eccellenza per pochi facoltosi che li potranno pagare, mentre tutti gli altri dovranno accontentarsi di scuole sempre più scadenti e inadeguate.Quali ripercussioni ci saranno nel mondo della scuola?

  • Saranno licenziati 150.000 lavoratori tra docenti e personale ATA
  • Nei prossimi tre anni si prevedono tagli per un totale di 8 miliardi di €
  • L’abolizione del tempo pieno a scapito delle famiglie lavoratrici
  • L’introduzione del maestro unico nelle scuole elementari come risultato dei tagli al personale
  • La chiusura (tramite accorpamento) di tutte le scuole con meno di 600 alunni
  • Aumento del numero di alunni per classe
  • Riduzione dell’orario scolastico con il conseguente innalzamento dei ritmi di studio e l’abbassamento del livello generale della qualità dell’insegnamento
  • L’introduzione della chiamata diretta dalle scuole per l’assunzione dei docenti (con relativo proliferare di reti clientelari dal momento che i presidi potranno selezionare il corpo docente)
  • L’abolizione dei programmi sperimentali (PNI, liceo tecnologico,progetto Brocca) che tenevano la scuola italiana al passo con i tempi
  • Privatizzazione delle università attraverso la loro trasformazione in fondazioni
  • Propongono di abolire le R.S.U. nelle scuole (d.d.l Aprea)

L’attacco perpetrato dal governo non ha precedenti e colpisce TUTTA la pubblica istruzione:dalle elementari all’università. E’ per questo che la nostra risposta deve essere decisa e compatta a partire dallo sciopero generale della scuola del 30 ottobre. Rivolgiamo un caloroso appello a tutti gli studenti universitari, ricercatori, insegnanti, genitori e vi chiediamo di scendere in piazza tutti UNITI.

mercoledì 22 ottobre 2008

Il programma del CSP-CSU

Contro la privatizzazione dell’istruzione!
  • Ritiro e cancellazione di tutti i provvedimenti che prevedono la trasformazione di scuole e università in fondazioni di diritto privato
  • Cancellazione immediata dell’autonomia scolastica e universitaria, passaggio fondamentale per strappare la subordinazione dell’istruzione al mercato.
  • Cancellazione di ogni forma di regionalizzazione e di differente elargizione di finanziamenti. Il sistema dell’istruzione dev’essere unitario e pubblico.
  • Cancellazione immediata di tutte le controriforme, dalla Moratti alla Zecchino-Berlinguer.
  • Raddoppio immediato dei finanziamenti destinati all’istruzione pubblica;
  • Neanche un centesimo alle scuole private! Annullamento di qualsiasi stanziamento diretto o indiretto.

Contro la selezione di classe!

  • Cancellazione del diritto-dovere all’istruzione. Ripristino dell’obbligo scolastico e sua estensione fino ai 18 anni. Dalle elementari fino al diploma il percorso scolastico deve essere uguale per tutti con una continuità di programmi. Rifiutiamo qualsiasi divisione tra “scuole d’eccellenza” e “scuole di massa”, tra “arti umanistiche” riservate ai figli dei ceti benestanti ed “arti meccaniche” per i figli dei lavoratori. Le medie superiori devono essere tutte di 5 anni.
  • Abrogazione della legge 40/2007 che istituisce i “poli tecnico-professionali” come canale alternativo ai licei
  • Ogni percorso di formazione professionale deve essere successivo al compimento dell’obbligo scolastico e non alternativo al percorso di istruzione.
  • No alla riduzione del tempo scuola. No al “maestro unico” e alla distruzione del tempo pieno.
  • Gratuità dell’iscrizione a qualsiasi scuola di ogni ordine e grado, dalle materne, passando per le superiori, fino all’università. O l’istruzione è gratuita o non è un diritto. Rimuovere le condizioni materiali che impediscono a migliaia di giovani di avere accesso alla cultura è la condizione necessaria per ogni reale cambiamento nell’istruzione.
  • Abolizione di qualsiasi forma di numero chiuso o test d’ingresso, sia alle superiori che in università.
  • Libri in usufrutto o comodato d’uso gratuito per tutti, gratuità dei mezzi pubblici, congelamento dei prezzi di libri e materiale scolastico.
  • Borse di studio per tutti gli studenti che ne facessero richiesta. Tenere il proprio figlio a scuola fino a 18 anni per una famiglia disagiata non vuol dire soltanto pagare più costi per l’istruzione, ma anche avere un reddito in meno in famiglia; tale reddito deve essere sostituito dallo stanziamento di borse di studio.
  • 20 alunni per aula. In classi sovraffollate non è possibile fare lezione! Non deve esistere nessuna aula dove si sfondi il tetto di 20 alunni.
  • Piano di edilizia scolastica per la rimessa in sicurezza degli edifici scolastici (più della metà è fuori norma!). Se è necessario che si costruiscano nuove scuole, università e studentati.
  • Apertura serale delle università (comprese le biblioteche e laboratori), con tutti i corsi fondamentali, premettendo così a qualsiasi lavoratore che ne abbia voglia di poter frequentare l’università.

Abbattere i ritmi di studio!

  • No a una scuola interrogatorio e a un’università esamificio: criteri produttivistici non devono avere niente a che fare con l’istruzione.
  • Cancellazione di ogni forma “esame di riparazione” a settembre. Per superare le lacune si istituiscano corsi di recupero pomeridiani gratuiti e facoltativi che si svolgano durante tutto l’anno.
  • Abolizione del sistema di valutazione dei crediti e dei debiti formativi, sia a scuola che in università.
  • 11 appelli d’esame all’anno perché ogni studente possa scegliere quando sostenere l’esame, liberalizzazione dell’ordine con cui dare gli esami.

Contro l’autoritarismo e la repressione, per una scuola e un’università democratiche!

  • Uguale numero di studenti, docenti e personale non docente (pariteticità) nel Consiglio d’Istituto. Pariteticità delle rappresentanze democratiche degli studenti e dei lavoratori dell’università (con questi intendiamo il corpo non docente) eletti negli organismi d’Ateneo e nei Consigli di Facoltà. Tutte queste figure devono essere eleggibili ma anche revocabili rispettivamente dall’assemblea che li ha eletti.
  • Abolizione della figura del dirigente scolastico. Gli studenti ed i lavoratori della scuola non hanno bisogno di un capo indiscutibile ed indiscusso che occupi la funzione del gerarca. Il preside deve essere sostituito da un coordinatore didattico-amministrativo scelto tra i lavoratori della scuola ed eletto da studenti, personale docente e non docente. Il docente che viene scelto come coordinatore didattico-amministrativo viene sollevato dall’insegnamento.
  • Abolizione in toto del voto di condotta, misura non a caso introdotta dal fascismo.
  • Istituzione del diritto di assemblea d’ateneo e di facoltà, almeno una volta al mese, con conseguente sospensione della didattica. Elezioni universitarie su base annua.
  • Per un posto di lavoro degno per gli insegnanti; per un insegnamento di qualità! 300 euro di aumento salariale, uguali per tutti i lavoratori della scuola! Gli insegnanti e i lavoratori della scuola sono i più sottopagati d’Europa. Ci opponiamo all’introduzione di criteri meritocratici nella retribuzione dei docenti. Si tratta di criteri che servono solo a gerarchizzare il rapporto tra i vari docenti, rompendo la collegialità dell’insegnamento.
  • Nessun taglio di cattedre o di posti di lavoro nella scuola! Assunzione immediata, a tempo indeterminato, di tutti i lavoratori precari nella scuola.
  • Corsi di aggiornamento gratuiti e garantiti dallo Stato. Possibilità per ogni docente di usufruire ogni dieci anni di un anno di distacco dall’insegnamento per svolgere attività di aggiornamento.
  • Rifiuto dell’introduzione di qualsiasi forma di chiamata nominativa, secondo cui il preside-manager sceglie direttamente i docenti, generando ad ogni forma di clientelarismo e favoritismo. Il principio della chiamata nominativa rende in maniera evidente l’idea della scuola azienda dove, come in un’impresa privata, il padrone sceglie chi assumere, calpestando ogni idea di pluralismo. Difenderemo ad oltranza la nomina dei docenti attraverso regolari concorsi e graduatorie.

Per una scuola e un’università laiche!

  • Abolizione dell’ora di religione. Potenziamento delle ore di Storia e Filosofia, difesa del rigore scientifico in tutte le materie. Fuori i pregiudizi religiosi dai programmi scolastici nazionali! Istituzione dalla scuola media fino ai 18 anni dell’ora di educazione sessuale, gestita da consultori pubblici.
  • Per un’istruzione laica e scientifica. L’insegnamento non deve essere influenzato dai diktat, diretti o indiretti del Vaticano. Nella scuola e nelle università non ci deve essere spazio per teorie a-scientifiche come quelle creazioniste.
  • Il diritto per qualsiasi gruppo politico, culturale o religioso di tenere le proprie attività a scuola nel pomeriggio. Basta con i due pesi e le due misure che vengono oggi applicati a favore dei ciellini e di gruppi simili.

Contro la subordinazione dell’istruzione alle imprese, per un posto di lavoro alla fine degli studi!

  • Piano nazionale per dotare tutta le scuole che ne hanno bisogno, dei laboratori necessari, con assunzioni specifiche di personale tecnico.
  • No agli stage ed al tirocinio gratuiti: gli stage si devono svolgere solo se regolarmente retribuiti e sotto il controllo delle rappresentanze sindacali. I corsi di formazione professionale devono avere luogo dopo il diploma e devono essere completamente gratuiti e gestiti dallo Stato.
  • Abolizione del precariato e della flessibilità. Non vogliamo un futuro lavorativo precario.
  • Riduzione d’orario a parità di salario per creare nuovi posti di lavoro. Non vogliamo studiare per essere futuri disoccupati. Il lavoro deve essere redistribuito, attraverso la riduzione d’orario, tra tutta la popolazione in età lavorativa. Lavorare meno, lavorare tutti.
  • Applicazione del turn-over: per ogni lavoratore che va in pensione deve essere assunto un giovane.

Da dove prendere i soldi?

Tutta la ricchezza prodotta nel capitalismo viene generata dai lavoratori. Eppure questo sistema non concede loro nemmeno la garanzia di poter dare un pieno sviluppo culturale ai propri figli. Le risorse che vengono prodotte dal lavoro dei nostri genitori e dal nostro futuro lavoro ci appartengono e devono essere utilizzate per garantire il diritto allo studio, alla sanità, alla pensione ecc. ecc. Che i soldi per l’istruzione si prendano da: tagli alle spese militari, fondi destinati alla Curia, come ad esempio l’8 per mille, tutti i fondi concessi alle scuole private e dalle migliaia di milioni di euro concessi a fondo perduto alle aziende.

Generalizzare le lotte per fermare la Gelmini

Dopo anni e anni di progressivo smantellamento, il nuovo governo Berlusconi ha sferrato un attacco definitivo al sistema di istruzione pubblico. La posta in gioco è altissima: quest’autunno sarà decisivo! In queste settimane vediamo i primi segnali di reazione da parte del mondo della scuola e del movimento studentesco. Per poter sconfiggere il progetto della Gelmini dovremo aprire uno scontro sociale a tutto campo, lavorando per allargare la portata delle mobilitazioni fino a una loro generalizzazione. Per fermare un’offensiva di tal portata, infatti, non basteranno alcune, singole, prove di forza. Tra una data e l’altra cosa rimane di organizzato in ogni luogo di studio per provare ad allargare il fronte della lotta e coinvolgere tutti coloro che per adesso stanno ai margini? Organizzarsi in ogni scuola e ogni università, con un programma complessivo e metodi democratici, dev’essere la priorità per tutti coloro che hanno a cuore la battaglia per il diritto allo studio. Questo è l’obbiettivo del Comitato in difesa della Scuola Pubblica e del Coordinamento Studentesco Universitario.

La privatizzazione dell'istruzione pubblica

La natura degli attacchi all’istruzione pubblica contenuta nel maxiemendamento Gelmini approvato alla Camera (a cui si aggiunge il disegno di legge Aprea) è senza precedenti: con queste leggi il governo Berlusconi corona il sogno a lungo coltivato dalla borghesia italiana di distruggere l’istruzione pubblica a tutti i livelli, attraverso la privatizzazione in fondazioni, tagli agli insegnanti e al personale non docente e la distruzione delle scuole elementari attraverso l’introduzione del maestro unico e la cancellazione del tempo pieno. Il compito che ci poniamo con questo breve testo è quello di dare un contributo per la comprensione della portata di questi progetti di controriforma e nell’elaborazione di una piattaforma rivendicativa d’alternativa. Questi ci paiono i punti di partenza necessari per poter generalizzare le proteste nelle scuole e nelle università.

Tagli, tagli e ancora tagli.

Il primo, fondamentale, elemento che ci permette di comprendere il salto qualitativo dell’attuale Governo nell’attacco all’istruzione pubblica è il devastante ridimensionamento dei finanziamenti elargiti dallo stato. La scure dei tagli si abbatte senza distinzioni dalle elementari all’università. Stiamo parlando di circa otto miliardi di euro in meno alla scuola pubblica in tre anni, a cui va aggiunto un altro miliardo e mezzo di euro in cinque anni per quanto riguarda le università. L’effetto di queste misure colpisce direttamente gli organici: verranno tagliati 87mila insegnanti e 43mila tra collaboratori scolastici, personale di segreteria, amministrazione e tecnici di laboratorio, ai quali vanno sommati 47mila posti di lavoro già cancellati dalla finanziaria del precedente governo Prodi. La compressione della spesa scolastica da parte dello stato centrale si collega anche al progetto di federalismo fiscale aggiungendo un ulteriore elemento allo smantellamento dell’unitarietà del sistema scolastico nazionale: quale valore avranno i titoli di studio se l’offerta didattica sarà diversa da regione a regione? Con i tagli dei finanziamenti per le assunzioni, al posto di molti docenti di ruolo ce ne saranno di precari. Avendo nomine nella maggior parte dei casi annuali, a ogni settembre vedremo molti dei nostri insegnanti cambiare: da un lato viene messo completamente in discussione il giusto principio della continuità didattica e dall’altro saranno sempre più frequenti ritardi nelle nomine con classi che per mesi rischiano di rimanere senza insegnanti. La volontà del governo di fare cassa sulla scuola e l’università pubblica avrà effetti devastanti: al taglio dei finanziamenti e dell’organico si aggiunge il taglio delle scuole. La ministra, infatti, ha dichiarato che verranno accorpati tutti gli istituti con meno di 600 alunni. Molte scuole di provincia chiuderanno, con conseguenti disagi per tutti quegli studenti che non vivono in città. Diminuiranno anche le ore di lezione: su questo terreno a pagare il prezzo più altro sarà la scuola primaria dove le ore settimanali di lezione verranno ridotte a 24 con l’introduzione del cosiddetto “maestro unico”. La cancellazione nei fatti del “tempo pieno” non è altro che un attacco indiretto alla classe lavoratrice: a chi affideranno i loro figli i genitori che lavorano? Dovranno pagare di tasca propria doposcuola privati? Ma c’è un dato che è già aumentato ed aumenterà, ed è il numero degli studenti per classe. Con più di 30 alunni il tempo che il docente potrà dedicare ai singoli studenti sarà sempre più limitato, limitando così l’efficacia della sua azione educativa, dato che buona parte del tempo dovrà essere impiegato per valutare piuttosto che per insegnare. Altro che “migliore qualificazione del servizio scolastico”, in una scuola pubblica già devastata dai precedenti tagli, con strutture inadeguate e sovraffollamento; queste misure preparano un nuovo peggioramento verticale della didattica e più in generale delle condizioni di studio nelle nostre scuole: vivremo male in classe, studieremo peggio, verremo bocciati di più, saremo ridotti all’obbedienza dal ricatto del voto in condotta che fa media. Non saremo più persone da preparare per una vita ed un lavoro decenti, ma forza-lavoro dequalificata da ricattare attraverso la precarietà del lavoro.

Le scuole diventano fondazioni

La presente proposta di legge introduce la possibilità per le scuole autonome di trasformarsi in fondazioni nonché di avere partner pubblici e privati, disposti a entrare nell’organismo di governo della scuola”

On. Aprea,

Questi ultimi provvedimenti economici non nascono dal nulla: ridimensionando i finanziamenti pubblici all’istruzione a livello strutturale, si apre la porta per l’ingresso prepotente dei capitali privati, che detteranno quindi le loro condizioni alla didattica. Lo stato si deresponsabilizza sempre più, fino a subordinare completamente le scuole gli interessi delle imprese e del mercato: si insegnerà quello che serve agli imprenditori sul momento e non quello che serve ad uno studente per costruire il proprio futuro; non saremo più persone ma merce da buttare sul mercato del lavoro Una realtà a cui la classe dominante sta lavorando da tempo: da un lato la percentuale del Pil (prodotto interno lordo) investito sulla scuola pubblica a metà degli anni ’90 era intorno al 4% mentre ora è al 2,8%, dall’altro si sono poste le prime basi della privatizzazione con l’approvazione della legge sull’autonomia scolastica (1997) attraverso la quale le scuole hanno iniziato ad essere vere e proprie unità giuridiche, con un proprio bilancio da far quadrare, e con un preside-manager a capo di tutto. Se l’autonomia iniziava a creare scuole di serie A e di serie B, ora, con la proposta di legge Aprea, siamo di fronte ad un salto qualitativo: si vuole creare un sistema dove ci saranno percorsi d’eccellenza per pochi facoltosi che li potranno pagare, mentre, per tutti gli altri, ci saranno scuole sempre più scadenti e inadeguate.

Una scuola di classe

I cosiddetti “percorsi di eccellenza” saranno proposti da quelle poche scuole pensate per riprodurre l’élite dominante. Scuole che, grazie all’apporto di risorse private (attraverso l’inevitabile aumento delle tasse d’istituto e il denaro proveniente da aziende esterne opportunamente detassato) e a particolari finanziamenti pubblici (si propone di spartirli regionalmente e in base al “merito” delle scuole) avranno maggiore possibilità di dare un servizio di qualità a partire dall’assunzione dei docenti migliori. Non a caso nella medesima proposta di legge si propone la cancellazione delle graduatorie nazionali degli insegnanti: ogni scuola assumerà direttamente i propri docenti, e solo quelli che faranno comodo, cancellando così ogni forma di pluralismo e di libertà dell’insegnamento. Non è difficile immaginare che queste saranno le scuole più ambite, e se non basteranno gli sbarramenti economici ne vedremo di altro genere, a partire da test d’ingresso e numeri chiusi. Altro che diritto all’istruzione! Per tutti coloro che non potranno permettersi le poche, costose, scuole d’élite la realtà sarà fatta da scuole con sempre meno fondi, con insegnanti malpagati, con programmi sempre più schiacciati sugli interessi delle singole imprese e del territorio specifico. Tutto questo in piena continuità con i progetti di regionalizzazione, in modo da sfornare giovani senza un’istruzione generale ma al massimo con competenze settoriali, pronti un futuro di precariato e bassi salari. Vedremo anche il dilagare dell’alternanza scuola lavoro con due obbiettivi: da una parte fornire manodopera gratuita alle aziende finanziatrici delle scuole, dall’altra addomesticare gli studenti a un futuro di sfruttamento. Per caratterizzare ancor più il carattere di classe della proposta di riordino delle medie superiori in questi giorni, nella discussione relativa all’area tecnica-professionale, tra le proposte in campo si parla di un triennio non uguale per tutti ma con un ultimo anno di orientamento per l’università o per il lavoro. Viene così messa in discussione una delle conquiste storiche del ’68, cioè che anche chi proviene dai tecnici e professionali possa fare l’università. L’idea che sta alla base di queste proposte è semplice: solo chi ha soldi può permettersi di studiare, mentre per tutti gli altri si prepara un percorso di puro addestramento al lavoro. Insomma la vecchia scuola di classe non così dissimile da quella pre sessantottina.

Dal Consiglio d’istituto al Consiglio di amministrazione

Per completare la trasformazione delle scuole in vere e proprie aziende i “vecchi” organi collegiali vanno cancellati. Nelle scuole-fondazioni i consigli d’istituto si trasformeranno in consigli di amministrazione, che saranno composti da un numero di membri non superiore a undici. E’ prevista la partecipazione di diritto del dirigente scolastico, di una rappresentanza dei docenti, dei genitori e, negli istituti superiori, degli studenti; ne fanno parte anche “rappresentanti dell’ente tenuto per legge alla fornitura dei locali della scuola ed esperti esterni scelti in ambito educativo, tecnico o gestionale”. Insomma si riducono drasticamente le componenti docenti, genitori e studenti e sparisce del tutto la rappresentanza degli Ata. In compenso l’organo di gestione delle scuole sarà stipato di esperti esterni a rappresentare gli interessi di eventuali finanziatori privati. Con questi provvedimenti inizia a materializzarsi quello che da molti anni è un sogno della classe dominante: creare un’istruzione sotto tutela del mercato, dove le singole scuole competono tra loro per obiettivi dettati dalla produzione, distruggendo così la natura pubblica e unitaria dell’istruzione del nostro paese.

Disciplina e autoritarismo

L’offensiva portata avanti all’istruzione pubblica non è fatta solo da tagli e controriforme. Il governo e in mezzi di stampa legati al grande capitale hanno da tempo lanciato una vera e propria campagna ideologica contro il mondo della scuola, gli insegnanti fannulloni, il bullismo dei giovani, l’egualitarismo anti meritocratico e, dulcis in fundo, la rivolta del ’68 come origine di tutti i mali. L’obbiettivo è chiaro: provare a dividere da subito quello che potrebbe essere un pericoloso fronte unico d’opposizione a questi, sciagurati, progetti. Mentre si provano a comprimere sempre più gli elementi di democrazia all’interno delle scuole, la ministra giustifica la propria politica ponendo una domanda retorica: “La scuola serve a formare buoni cittadini capaci di leggere, scrivere e far di conto (…) oppure è luogo dove apprendere come rivendicare i propri diritti?” Peccato non ricordi che un’istruzione di massa è stata conquistata proprio grazie alle lotte del movimento studentesco e che chi la sta smantellando non sono di certo gli studenti. Di fronte a due decenni di tagli e controriforme, la risposta della Gelmini è quella di una vera e propria “restaurazione”. Non a caso ha fatto proprio l’eloquente motto “torniamo all’antico e sarà un grande progresso”. L’applicazione di questo principio non ha tardato, nell’ormai Decreto legge n.137 il voto in condotta torna ad essere determinante ai fini della promozione. Con un 5 si viene bocciati, a prescindere dalla media delle altre materie. La maschera demagogica calata su questo provvedimento è quella della lotta al bullismo; ha un bel coraggio la ministra ad utilizzare questo spettro quando sono proprio i suoi progetti a rendere inadeguata la scuola pubblica. Con classi sovraffollate, con insegnanti sempre più precari e sottopagati, con una scuola che invece di accogliere, respinge, le problematicità non possono che esprimersi attraverso il canale più violento. La reltà è che si vuole mandare un messaggio chiaro: chiunque intenda mettere in discussione lo stato di cose presente, a partire dalla battaglia in difesa della scuola pubblica, può essere punito ed espulso dal precorso formativo. Ma il voto in condotta non sarà solo strumento di repressione contro chi reagisce, ha un significato pedagogico chiaro. La ministra lo ha detto molto chiaramente: “Ritengo indispensabile che nella scuola, ma anche nella società, si affermino alcuni valori: responsabilità, gerarchia, rispetto dell’autorità”. Insomma “restituire alla scuola la sua funzione nella società” significa costruire una scuola che cristallizzi le differenze di classe della società, che invece di insegnare, giudichi, indottrini alla passività e all’accettazione dello stato di cose presenti, addomesticando generazioni di giovani a un futuro precario e una vita di sfruttamento. Ecco cosa significa per lorsignori tornare a prima del ’68.

La privatizzazione delle università

L’offensiva della ministra non ha lasciato fuori le università. Le modalità di questo attacco sono contenute nel Decreto Legge 112, (ora Legge 133 del Parlamento) celermente approvato e convertito in legge durante l’estate, proprio quando è molto più difficile costruire una mobilitazione. Anche qui il primo passo è il drastico ridimensionamento dei finanziamenti pubblici: il fondo per il finanziamento ordinario delle università è ridotto di 63,5 milioni di euro già dal 2009 e per gli anni successivi rispettivamente di 190, 316, e 417 milioni, fino ad arrivare ai 455 milioni del 2013, per un taglio complessivo di quasi 1500 milioni di euro in 5 anni (art. 66, comma 13). A questa cifra è da sommare il taglio di 472 milioni alle spese correnti del ministero previsto per il 2010 dalla legge 93/08. Non manca neanche il doveroso limite delle assunzioni, che per gli atenei non possono superare il 20% dei pensionamenti per il triennio 2009-2011, per poi passare al 50% dal 2012 (art. 66, comma 13). Ma il pezzo forte del governo è un altro: da settembre le università pubbliche, con voto del solo Senato accademico, possono trasformarsi in “fondazioni di diritto privato” (art. 16). La così creata fondazione sostituisce in tutto e per tutto l’università, acquisendone anche il patrimonio e “la proprietà dei beni immobili già in uso alle Università trasformate”. Il tutto senza neanche dover uno straccio di imposta. Quali caratteristiche avranno tali fondazioni? Lo deciderà sempre il Senato accademico che “contestualmente alla delibera di trasformazione” adotta “lo statuto e i regolamenti di amministrazione e di contabilità”. Ovviamente, “lo statuto può prevedere l’ingresso nella fondazione universitaria di nuovi soggetti, pubblici o privati”. Questi soggetti potranno finanziare le fondazioni universitarie, anche qui in modo totalmente esente da tasse e imposte, con la deducibilità dal reddito della somma versata e una riduzione del 90% delle spese notarili per le donazioni. “Resta fermo il sistema di finanziamento pubblico” afferma il decreto, solo che la sua entità sarà determinata in base all’entità dei finanziamenti privati di ciascuna fondazione. Le fondazioni non potranno distribuire gli eventuali utili che dovranno essere reinvestiti all’interno della fondazione stessa dal momento che sono enti non commerciali, ma devono operare “nel rispetto dei principi di economicità della gestione” che “assicura l’equilibrio di bilancio”. Il passaggio a fondazione, dunque la messa in discussione della propria natura pubblica, sarà per la maggior parte degli atenei una mossa obbligata, vista la mancanza di finanziamenti adeguati dallo Stato, le università dovranno trovarne aziende che hanno interesse a investire nelle fondazioni. Un interesse, quello delle aziende, che come e più delle medie superiori, deriva dalla possibilità di decidere l’organizzazione, le regole e le caratteristiche della didattica all’interno delle fondazioni, così da poter creare dei corsi di laurea mirati esclusivamente al soddisfacimento delle necessità dell’azienda stessa, cancellando qualsiasi formazione culturale. Certo, ci saranno sempre dei corsi di eccellenza che sapranno dare a chi li frequenta una formazione di qualità, solo che li potrà seguire (ancor più di quanto già avvenga oggi) solo chi potrà permettersi di pagare le rette, per le quali è lecito aspettarsi un aumento vertiginoso. Vale la pena ricordare, a proposito di rette, che attualmente le sole tasse versate direttamente dagli studenti coprono in media il 19% del bilancio complessivo delle università italiane, una cifra che ci dà l’idea di quanto poco sia garantita la possibilità per tutti di avere un’istruzione garantita. Si profila dunque uno scenario di “corsa al finanziatore” che creerà una gerarchia di atenei al cui apice troveremo poche strutture di eccellenza che concentreranno la quasi totalità dei finanziamenti, garantendo la propria sopravvivenza in cambio dell’asservimento ai desideri dei privati e dove per iscriversi bisognerà pagare rette sostenibili solo da una ristretta minoranza di studenti provenienti da famiglia di estrazione sociale agiata, che qui apprenderanno come prendere il posto dei propri genitori alla guida della società. In fondo alla piramide ci sarà invece una moltitudine di università o ex-università che dovranno sopravvivere con i sempre più ridotti finanziamenti statali e che vedranno la propria qualità precipitare fino a che saranno costrette a chiudere. Non soddisfatti da numeri chiusi, sbarramenti tra triennale e specialistica sempre più significativi, aumenti di tasse progressivi,… i nostri governanti da un lato vogliono impedire strutturalmente la possibilità che un settore di studenti che esce dal canale tecnico-professionale, d’ufficio non possa nemmeno iscriversi all’università, mentre dall’altro lavorano per cancellare definitivamente ogni carattere di massa dell’università. Per questo il decreto legge 112, pur essendo il coronamento di anni di attacchi all’istruzione pubblica, rappresenta un salto di qualità: esso non si limita più ad aumentare gradualmente il livello di selezione di classe nell’università ma distrugge il principio stesso di diritto allo studio, regalando tutta l’istruzione universitaria ai privati e permettendone l’accesso solo a chi se lo può permettere.